Immobili

Pubblicato su racconti con i tag il 24 Aprile 2008 da Paolo Del Signore

“Andiamo dai, dobbiamo uscire…”. Mira distolse appena lo sguardo, ancora assorto negli ultimi bagliori della lezione multisensoriale. Mamma aveva ragione, come talvolta accadeva… Sapeva che si era fatto tardi, ma la lezione non le si levava mai completamente dalla mente, era come persistente nella sua testa, come vedere la luce del sole e poi distogliere lo sguardo, mentre sai già che una macchia bluastra ti seguirà per vario tempo… Si, doveva andare a seguire quella strana cosa che le aveva accennato il giorno prima, al termine della seconda nutrizione. Se non ricordava male si trattava di seguirla fino ad un luogo chiuso, piuttosto antico, qualcosa che aveva almeno una ottantina di cicli maggiori. Va bene, avrebbe sicuramente segnato quella data nel suo MemoLife, come qualcosa di grigio, il colore del tempo non piacevole, qualcosa di inutile ma doveroso…

Uscirono, la mamma camminava a passi lenti verso il primo Transporter e Mira la seguiva stancamente… Transporter venne loro incontro, come sempre soavemente una voce cristallina chiese la destinazione. “Museo delle Arti”, disse in modo asciutto la Mamma. Transporter implorò dolcemente ai passeggeri di posizionarsi davanti ai tracciatori, che avrebbero predisposto tutti i sistemi di sicurezza ai passeggeri. Infine partì, silenzioso ed efficiente, verso tutte le destinazioni dichiarate dai passeggeri, scegliendo il percorso ottimale, in grado di soddisfare tutti nel minor tempo possibile… La musica era stata attivata, i suoni fluivano all’interno del corpo, risuonavano nelle ossa e trasmettevano sensazioni fisiche, quasi un sottile massaggio che stimolava la mente e riscaldava i sogni.

Dopo qualche minuto presero il viale maggiore, pieno di altri Transporter multicolore, ognuno con la sua voce distintiva, con le sue musiche e con i suoi sogni, frutto delle combinazioni assolutamente uniche delle riflessioni sonore prodotte dai passeggeri…

La sensazione di leggero formicolio era segno del fatto che il controllo dei tracciatori era cessato, potevano alzarsi dalle postazioni di trasporto ed avvicinarsi all’uscita. Un sistema automatico le portò sulla soglia del Museo, consegnandole al Cortese.

“Dunque siete qui per la deposizione…”. “Certo, si, avevo comunicato la cosa…”. Mira guardava la mamma, che pareva un po’ in apprensione. Lei vedeva le cose in un altro modo, più difficile, meno lineare… Non le avevano insegnato a ragionare con serenità, le lezioni di Pianificazione emotiva non c’erano al tempo dei suoi studi… Attraversarono molte stanze, tutte illuminate da luci molto fioche. Finalmente giunsero in quella che la mamma riconobbe come quella dove aveva lavorato, tanti anni prima. Accesero lentamente le luci. Mira si rese d’un tratto conto del silenzio assordante intorno a lei, qualcosa a cui non aveva fatto caso durante il percorso. Iniziò a notare intorno a lei delle immagini, che mano a mano prendevano forma. Erano ferme. Immobili. Mira attese per lunghi secondi. Minuti. Poi la mamma le si avvicinò. “Non si muoveranno. Potrai attendere tutto il tempo che vuoi, ma non lo faranno.”

Mira continuava a guardare i colori e grigi racchiusi in zone a forma quadrata o rettangolare, qualcosa di statico che prima non aveva mai visto… Non erano neanche tridimensionali, era tutto immobile e per quanto lei cambiasse posizione, non sembravano seguire i suoi sguardi, rimanevano forme immobili, che non si modificavano. Mira soffiò leggermente, poi schioccò le dita, poi applaudì, poi saltò rumorosamente. Infine si accovacciò a terra, con la testa tra le mani. “Mamma, cosa siamo venute a fare qui?”. “A guardare, solo a guardare Mira”. “Ma non c’è niente che si muova, niente che mi segua, niente che mi piaccia.” “Mira, guarda meglio, guarda oltre…”. La mamma aveva detto quell’ultima frase in un modo particolare, che Mira sapeva che voleva dire che c’era un qualcosa da scoprire, che poi l’avrebbe sorpresa, resa felice…

Mira si sforzò di crederle. Alzò lentamente lo sguardo ed iniziò a guardare all’interno dei quadrati e dei rettangoli. “Mamma questi cosa sono?” “Sono uccelli, animali che ora non ci sono più Mira, volavano nel cielo insieme, velocissimi, anche se da lontano sembravano quasi nubi grigie”. “E questo Mamma?” “Questo è un vecchio Mira. Vecchio è qualcuno che non ha ricevuto il Vaccino finale ed ha trascorso molti, molti cicli maggiori: la pelle si increspa e quei solchi sono normali, non sono ferite sul volto, si chiamavano rughe” “E perché guarda il cielo? Non sa che il sole non va guardato?” “Questo vecchio uomo rugoso guarda gli uccelli, vedi?” Mira si accorse che in effetti gli occhi dell’uomo erano molto aperti, quasi luminosi e che stava davvero guardando dentro al quadro stesso, in direzione delle nubi, anzi degli uccelli che lei fino a poco prima credeva fossero davvero grigie nubi. “Lo sai cosa vuol dire?” Mira sentì la frase della mamma rimbalzarle dentro: le si era fatto vuoto, forse tutto era uscito da lei, alla ricerca del vecchio racchiuso nel quadrato. “No mamma…” “Lui sogna di essere lì con loro, sogna di poter volare, lasciare il corpo ferito dalla vecchiaia e guardare il mondo con leggerezza, quasi come se stesse in un sogno, un sogno che per lui è così reale che lo fa piangere dalla gioia…” “Mamma, ma questo vecchio come è finito in questo quadrato così immobile? Sapeva che lo avrei guardato?” “No piccola mia, questa è una forma d’arte che un tempo veniva chiamata scrivere-con-la-luce: questo è l’ultimo giorno in cui potrai vedere questo signore in questo quadro, in questa sala. Domani ci sarà la deposizione e sarà tolto da qui. Ci sono altre immagini immobili che dovranno prendere il suo posto, verrà messo in una teca che dovrebbe proteggerlo per centinaia di cicli maggiori”. Mira si chiese d’un tratto: “Ma chi scrisse di lui con la luce? Un altro vecchio?” “Non era vecchio quando lo fece. Invecchiò dopo e morì nello stesso anno della tua nascita: tuo nonno, Mira, fece quella foto, ma il Vaccino finale non era efficace alla sua età, lo sai, l’hai studiato nel Multisenso, vero?” “Si Mamma, ora mi ricordo…” Quello strano modo di scrivere il mondo, di fermare attimi che ora sembravano aprirsi a lei, più densi, più veri di qualsiasi Multisenso avesse visto prima… Mira rimase a guardare, ad immaginare i colori, ad entrare in quello spazio angusto dove stavano il vecchio e le nubi d’uccelli, ad essere parte di un attimo che aveva attraversato il tempo ed era qui, ora, a chiederle un momento da vivere insieme…

Mira non riusciva proprio a dormire quella notte, era luce che rimbalzava tra gli occhi e le ali, tra rughe e nubi, sogno nel sogno di un vecchio…

“Abbracciami mamma…” “Piccola, vieni qui …” “Ho sognato questa notte sai?” “Davvero?? Ma è bellissimo! Raccontami, raccontami!! Ci pensi? E’ la tua prima volta…”

Fecero nuovamente lo stesso tragitto, immote e silenziose assistettero alla deposizione nelle teche a temperatura controllata delle immagini immobili. Sapevano che nella notte erano state effettuare scansioni a livello molecolare delle immagini, in modo da poterle riprodurre virtualmente con assoluta fedeltà. Doppiamente sepolti, in teche e memorie massive di milioni di TeraByte, le immagini venivano consegnate al futuro, a tempi ancora più lontani, a sguardi ancora più increduli, a sogni ancora più grandi.


Mira è il nome di una stella che significa “la meravigliosa”; è presente nella costellazione della Balena. E’ una stella variabile; periodicamente, circa una volta l’anno e per circa 135 giorni, si rende visibile a occhio nudo e poi impallidisce. Dista da noi 419 anni luce.

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Rosso che era

Pubblicato su libri con i tag, , , , , , , , il 23 Aprile 2008 da Mario Macaluso

Con questo post presentiamo un libro un po’ datato ma che, alla luce dei risultati delle recenti consultazioni elettorali, torna ad essere attuale e suona addirittura ironico nel suo titolo: «Rosso che era»
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Rosso che era: viaggio a colori nel tempo che fu comunista
di Mauro Galligani

testi di R. Gritti, ed. Ila-Palma [1993]
pagg. 120 - € 16,53

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Nonostante siano passati solo 15 anni dalle ultime foto pubblicate su questo «album fotografico del comunismo che era» sembra passato un secolo.
Le foto di Mauro Galligani ci trasportano, come in una macchina del tempo, nel mondo che viveva “al di la’ del muro”.

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I suoi scatti, raccolti in vent’anni di reportage nei paesi comunisti, raccontano le contraddizioni, le sofferenze e le speranze di chi viveva “al di la’ del muro”.

Ci sono il Vietnam e la Cina, l’ U.R.S.S. e l’Albania, ci sono politici, personaggi di spicco e gente comune, da Papa Wojtyla a Gorbaciov, da Eltsin a Walesa, dai giovani di Praga, alla gente e ai militari di Bucarest mentre viene rovesciato il regime di Ceausescu.

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Mauro Galligani è uno dei fotoreporter italiani più conosciuti nel settore editoriale.
Nato a Farnetella, in provincia di Siena, ha iniziato la carriera di fotoreporter nello staff dell’Agenzia Italia.
Nel 1964 è passato al quotidiano il Giorno.
Nel 1970 ha iniziato a lavorare per Mondadori come reporter di Epoca per cui ha realizzato reportage molto importanti in paesi di tutto il mondo. Dal 1984 e fino al 1997 ha svolto l’incarico di picture editor presso Epoca e Panorama.
La storica rivista Life ha riservato molti spazi alle sue foto.
Nel 1997, durante un reportage nella città di Grozny, Galligani fu rapito da guerriglieri ceceni, e rilasciato dopo diverse settimane.
Galligani è autore di numerosi altri libri fotografici, tra cui gli ultimi Il Tempo dell’Est (Silvana, 1999) e Uno sguardo discreto (Leonardo 1999).
Dal 2000 è rappresentato dall’agenzia Contrasto.

Beppe Bolchi

Pubblicato su fotografi con i tag, , , , il 18 Aprile 2008 da Paolo Del Signore

Imbattersi per la prima volta nel modo di fare fotografia di Beppe Bolchi vuol dire rimanere colpiti dalla progettualità che mette in ogni sua foto.

La visione delle varie tecniche che utilizza non disorienta, ma rende attenti alle varie possibilità offerte dalle Polaroid, il suo veicolo d’espressione privilegiato. Si va dal distacco dell’emulsione al trasferimento della stessa su altri supporti o contenitori, alla riproduzione di particolari di un soggetto in una sorta di ciclo che viene poi ricomposto (ciclopsie), creando pattern e suggestioni nuove, fino ad approdare alle prospettive multiple, che danno un nuovo approccio alla fotografia di architettura. Infine si giunge alla fotografia stenopeica, che è strettamente funzionale al progetto Città senza tempo in cui Bolchi ripercorre i luoghi visitati, cercando di ritrarli in un modo quasi atemporale, con l’utilizzo di apparecchi a foro stenopeico autocostruiti ed un sistema di decentramento di sua invenzione.

Idee in Bianco e Nero ha intervistato Beppe Bolchi per approfondire la conoscenza della sua interessante produzione e delle sue sperimentazioni fotografiche.

IiBN: «Il tuo percorso professionale appare fortemente legato all’utilizzo delle tecnologie Polaroid, dalle pellicole a sviluppo istantaneo alle macchine che ne permettevano l’utilizzo. All’inizio della tua esperienza con queste tecnologie cosa ti incuriosiva e stimolava maggiormente? Pensi che un giovane possa ritrovare qualcosa di analogo nelle moderne tecnologie digitali o credi che le illimitate possibilità di post-produzione possano distogliere troppo da una seria progettualità?»

BB: «L’inizio della mia esperienza con la Fotografia a Sviluppo Immediato è stato motivato dalla curiosità di capire come questi materiali si potevano piegare a ricerche espressive e creative, anche perchè Grandi Fotografi le avevano e le stavano utilizzando. Fotografavo già da moltissimi anni, anche se non a livello professionale, avendo investigato un pò tutto ciò che si poteva fare a quei tempi, quando la matericità delle pellicole Polaroid mi ha attratto inesorabilmente. Purtroppo non credo che alcuna tecnologia digitale posso o riesca a ridare le stesse emozioni di realizzare delle immagini fisicamente e solo con la propria capacità e le proprie mani. Sono sistemi completamente diversi, come cucinare nel forno a legna oppure nel microonde, pensate che profumi e sapori possano essere gli stessi? Proprio la progettualità ne rimane penalizzata, quando si ha la possibilità in ogni momento di tornare indietro o cambiare direzione, è troppo facile farsi prendere la mano e inseguire il risultato più alla portata di mano piuttosto che a qualcosa di pre-visualizzato.»

IiBN: «In alcuni tuoi progetti - Ciclopsie e Prospettive multiple - utilizzi la scomposizione dei soggetti ritratti e la loro successiva ricomposizione; sono progetti molto differenti, ma che denotano uno sguardo analitico ed un tentativo di sintesi che sia anche creativo: come ti sei imbattuto in questa ricerca?»

BB: «La mia passione per l’Architettura si è trasformata in passione per la Fotografia di Architettura e mi sono reso conto che l’iconografia classica, di Gabriele Basilico per intenderci (che è stata anche quella degli Alinari e del Canaletto!), non poteva soddisfare l’esigenza di vedere e interpretare in maniera completa un’opera architettonica. L’evoluzione stessa dell’Architettura richiede modi diversi di rappresentazione e di interpretazione, ma purtroppo gli Architetti non se ne sono accorti e pretendono che le loro opere siano viste sempre e solo alla maniera dei loro disegni progettuali, cosa che trovo molto limitativa.»

IiBN: «La prima volta che lessi un articolo sul tuo progetto Città senza tempo, rimasi particolarmente colpito sia dalle foto, certamente evocative e nel contempo rese austere dal rigore della loro prospettiva, sia dalla determinazione con la quale per la realizzazione di questo progetto hai addirittura progettato e realizzato due pinhole decentrabili; ti senti intimamente legato a qualche immagine realizzata nel corso di questo progetto, in cui ripercorri luoghi che in qualche modo hanno segnato la tua vita?»

BB: «Tutte le immagini di Città Senza Tempo sono parte della mia vita. E’ stato un progetto fantastico e in certi casi anche emozionante, rivedere a distanza di anni o decenni dei luoghi che magari ricordavo solo vagamente, che evocavano tempi e situazioni diverse, che riportavano alla memoria eventi e persone a me cari, è stata una esperienza che consiglio a tutti di fare. Un percorso lungo le proprie memorie, soprattutto se fotografico, aiuta a capire meglio se stessi. Se devo proprio segnalare un luogo, una immagine, ebbene quella del collegio in cui ho frequentato le Scuole Medie, i portici austeri e silenziosi che hanno accompagnato la mia crescita da adolescente, è quella che più mi ha emozionato.»

IiBN: «L’utilizzo del foro stenopeico costringe a lunghe pose che evidenziano alla fine solo le strutture e rendono evanescente uomini ed ogni altra cosa “non stabile”: ciò che volevi venisse evidenziato nel ritrarre questi edifici ha per te anche una valenza “psicologica”, nel senso di avvicinare il più possibile il ricordo che ne avevi con la resa finale e farne infine partecipe chi guarda?»

BB: «Fotografare con un apparecchio a foro stenopeico consente di rappresentare tutto ciò che è fermo e di cancellare o nascondere tutto quello che si muove. Non volevo che ci fossero automobili, né persone riconoscibili, volevo che le immagini fossero le più vicine ai miei ricordi, senza dover indicare un’epoca precisa, luoghi senza tempo, appunto. Solo le lunghe esposizioni riescono a soddisfare questi parametri, oltre al fatto che la mancanza di dettagli precisi dovuta all’assenza di lenti e obiettivi, conferisce alle immagini quell’aura e quella patina che ben si addice a un progetto di questo tipo, pur senza perdere niente in termini di riconoscibilità dei luoghi.»

IiBN: «Sembra ci siano sempre più problemi a reperire le pellicole Polaroid; dalla tua esperienza come valuti la cosa? Ci sono pellicole che vorresti usare ma che non sono più reperibili?»

BB: «Spero ancora, come hanno annunciato, che qualcuno riesca a rilevare la fabbrica e ad assicurare la continuità della produzione. La perdita delle pellicole a sviluppo immediato sarebbe veramente tragica, sia per tantissimi professionisti che ancora la usano con soddisfazione, sia per tutti quelli, e sono molti, che ne hanno fatto il mezzo privilegiato per realizzare immagini fantastiche ed uniche. Dovendo indicare quelle pellicole che più mi mancheranno, senza dubbio cito la SX70 per quelle a sviluppo integrale e le 665 e 55 bianconero positivo/negativo per le pellicole a distacco, ma anche la 59 per le immense potenzialità creative.»

IiBN: «Gran parte della tua produzione fotografica è basata sulla sperimentazione di alcune tecniche fino a reinventarle, quasi sovvertirle. Il modo in cui utilizzi il formato panoramico, invece, sembra rifarsi molto alla tradizione del genere. Ciò è dovuto a una scelta stilistica precisa? Ritieni che la fotografia panoramica non si presti alla sperimentazione quanto altri generi?»

BB: «La fotografia panoramica, con apparecchi ad obiettivo rotante, è già di per sé un pò fuori dagli schemi e infatti offre visioni fuori dall’ordinario. In questo caso, però, la sperimentazione è proprio offerta dalla tecnologia digitale, con la quale si possono raggiungere traguardi impensabili con le tecniche tradizionali, ed infatti ci sto lavorando e presto spero di produrre un apposito progetto.»

IiBN:: «Vedo che ti occupi anche dell’analisi di portfoli; ti capita di vedere nuove proposte originali che siano rese anche immediatamente fruibili o spesso manca quella marcia in più che unisce la coerenza di una visione all’originalità di un’idea?»

BB: «La lettura dei portfolio è una attività affascinante, che consente non solo di vedere continuamente nuove proposte, ma obbliga a valutare criticamente anche la propria di produzione. Non è facile trovare dei lavori finiti, completi, per lo più si tratta di progetti abbozzati, di cui i fotografi chiedono un parere sul relativo svolgimento e consigli su come portarlo avanti. Nei pochi casi in cui, per me, c’è originalità, tecnica, equilibrio e creatività, i pareri degli altri possono essere discordanti, c’è una mancanza di uniformità nell’esprimere le valutazioni e forse è giusto così.»

Potete trovare le fotografie di Beppe Bolchi sul suo sito Fare fotografie.

Camera Obscura: La Confessione

Pubblicato su camera obscura con i tag, , , il 16 Aprile 2008 da Mirko Caserta

Sandro Iovine (terza parte)

Pubblicato su video con i tag, , , , , il 11 Aprile 2008 da Mirko Caserta

Si conclude con questa terza parte l’intervista al Direttore della rivista Il Fotografo, Sandro Iovine.

Nel ringraziare nuovamente il Direttore per la disponibilità, vi ricordo che le puntate precedenti sono disponibili ai seguenti link: prima parte, seconda parte.

Infine un ringraziamento speciale va a Corrado Giulietti e Alessandro Scarano, senza il cui prezioso contributo tutto questo non sarebbe stato possibile.

Buona visione.