Pubblichiamo una intervista a Tano D’Amico realizzata per noi da Alessandra Pirera, che ringraziamo per il prezioso contributo, invitandovi ad ammirare le sue immagini della Bolivia.
Mi è sempre piaciuto incontrare Tano D’Amico, alle manifestazioni, nelle assemblee, tra la gente. Poi un giorno io e Chiara (amica e aiuto prezioso, come sempre) abbiamo preso appuntamento per parlare di fotografia ed è stato come incontrarlo tra quella stessa gente, come se una Mary Poppins immaginaria ci prendesse per mano e ci facesse entrare nelle sue fotografie. Quelle di ieri e quelle di oggi. Tutte le immagini delle storie che ha raccontato, e che in comune hanno tanti punti di cui uno è il suo. Il suo punto di vista: «quando facevamo manifestazioni di 150 mila persone tutti pensavano che sarei arrivato il giorno dopo con una foto con 150 mila puntini» ci ha raccontato dopo l’intervista «e io arrivavo con quattro occhi, cinque mani o due innamorati. Le pubblicavamo e piacevano. Perché, mi hanno poi detto, davano speranza».
A Tano un grande ringraziamento, per la speranza, la disponibilità e per tutto, tutto il resto.

© Enrico Pescosolido
IiBN: «Vorremmo iniziare parlando della contaminazione della fotografia con altre arti visive. C’è questa tendenza oggi. Tu lo ritieni un aspetto positivo o no? Alcuni la rivendicano come simbolo di innovazione, e sembra quasi che una delle aspirazioni massime di alcuni fotografi sia quella di potersi chiamare “artista”. Ma la fotografia non ha una sua dignità autonoma e indipendente?»
TDA: «È vero che la fotografia si contamina e contamina altre forme espressive. Esistono fotografie che hanno una visione strumentale, altre che ci richiamano al nostro ruolo di essere umano.»
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