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Beppe Bolchi

Pubblicato su fotografi con i tag, , , , il 18 Aprile 2008 da Paolo Del Signore

Imbattersi per la prima volta nel modo di fare fotografia di Beppe Bolchi vuol dire rimanere colpiti dalla progettualità che mette in ogni sua foto.

La visione delle varie tecniche che utilizza non disorienta, ma rende attenti alle varie possibilità offerte dalle Polaroid, il suo veicolo d’espressione privilegiato. Si va dal distacco dell’emulsione al trasferimento della stessa su altri supporti o contenitori, alla riproduzione di particolari di un soggetto in una sorta di ciclo che viene poi ricomposto (ciclopsie), creando pattern e suggestioni nuove, fino ad approdare alle prospettive multiple, che danno un nuovo approccio alla fotografia di architettura. Infine si giunge alla fotografia stenopeica, che è strettamente funzionale al progetto Città senza tempo in cui Bolchi ripercorre i luoghi visitati, cercando di ritrarli in un modo quasi atemporale, con l’utilizzo di apparecchi a foro stenopeico autocostruiti ed un sistema di decentramento di sua invenzione.

Idee in Bianco e Nero ha intervistato Beppe Bolchi per approfondire la conoscenza della sua interessante produzione e delle sue sperimentazioni fotografiche.

IiBN: «Il tuo percorso professionale appare fortemente legato all’utilizzo delle tecnologie Polaroid, dalle pellicole a sviluppo istantaneo alle macchine che ne permettevano l’utilizzo. All’inizio della tua esperienza con queste tecnologie cosa ti incuriosiva e stimolava maggiormente? Pensi che un giovane possa ritrovare qualcosa di analogo nelle moderne tecnologie digitali o credi che le illimitate possibilità di post-produzione possano distogliere troppo da una seria progettualità?»

BB: «L’inizio della mia esperienza con la Fotografia a Sviluppo Immediato è stato motivato dalla curiosità di capire come questi materiali si potevano piegare a ricerche espressive e creative, anche perchè Grandi Fotografi le avevano e le stavano utilizzando. Fotografavo già da moltissimi anni, anche se non a livello professionale, avendo investigato un pò tutto ciò che si poteva fare a quei tempi, quando la matericità delle pellicole Polaroid mi ha attratto inesorabilmente. Purtroppo non credo che alcuna tecnologia digitale posso o riesca a ridare le stesse emozioni di realizzare delle immagini fisicamente e solo con la propria capacità e le proprie mani. Sono sistemi completamente diversi, come cucinare nel forno a legna oppure nel microonde, pensate che profumi e sapori possano essere gli stessi? Proprio la progettualità ne rimane penalizzata, quando si ha la possibilità in ogni momento di tornare indietro o cambiare direzione, è troppo facile farsi prendere la mano e inseguire il risultato più alla portata di mano piuttosto che a qualcosa di pre-visualizzato.»

IiBN: «In alcuni tuoi progetti - Ciclopsie e Prospettive multiple - utilizzi la scomposizione dei soggetti ritratti e la loro successiva ricomposizione; sono progetti molto differenti, ma che denotano uno sguardo analitico ed un tentativo di sintesi che sia anche creativo: come ti sei imbattuto in questa ricerca?»

BB: «La mia passione per l’Architettura si è trasformata in passione per la Fotografia di Architettura e mi sono reso conto che l’iconografia classica, di Gabriele Basilico per intenderci (che è stata anche quella degli Alinari e del Canaletto!), non poteva soddisfare l’esigenza di vedere e interpretare in maniera completa un’opera architettonica. L’evoluzione stessa dell’Architettura richiede modi diversi di rappresentazione e di interpretazione, ma purtroppo gli Architetti non se ne sono accorti e pretendono che le loro opere siano viste sempre e solo alla maniera dei loro disegni progettuali, cosa che trovo molto limitativa.»

IiBN: «La prima volta che lessi un articolo sul tuo progetto Città senza tempo, rimasi particolarmente colpito sia dalle foto, certamente evocative e nel contempo rese austere dal rigore della loro prospettiva, sia dalla determinazione con la quale per la realizzazione di questo progetto hai addirittura progettato e realizzato due pinhole decentrabili; ti senti intimamente legato a qualche immagine realizzata nel corso di questo progetto, in cui ripercorri luoghi che in qualche modo hanno segnato la tua vita?»

BB: «Tutte le immagini di Città Senza Tempo sono parte della mia vita. E’ stato un progetto fantastico e in certi casi anche emozionante, rivedere a distanza di anni o decenni dei luoghi che magari ricordavo solo vagamente, che evocavano tempi e situazioni diverse, che riportavano alla memoria eventi e persone a me cari, è stata una esperienza che consiglio a tutti di fare. Un percorso lungo le proprie memorie, soprattutto se fotografico, aiuta a capire meglio se stessi. Se devo proprio segnalare un luogo, una immagine, ebbene quella del collegio in cui ho frequentato le Scuole Medie, i portici austeri e silenziosi che hanno accompagnato la mia crescita da adolescente, è quella che più mi ha emozionato.»

IiBN: «L’utilizzo del foro stenopeico costringe a lunghe pose che evidenziano alla fine solo le strutture e rendono evanescente uomini ed ogni altra cosa “non stabile”: ciò che volevi venisse evidenziato nel ritrarre questi edifici ha per te anche una valenza “psicologica”, nel senso di avvicinare il più possibile il ricordo che ne avevi con la resa finale e farne infine partecipe chi guarda?»

BB: «Fotografare con un apparecchio a foro stenopeico consente di rappresentare tutto ciò che è fermo e di cancellare o nascondere tutto quello che si muove. Non volevo che ci fossero automobili, né persone riconoscibili, volevo che le immagini fossero le più vicine ai miei ricordi, senza dover indicare un’epoca precisa, luoghi senza tempo, appunto. Solo le lunghe esposizioni riescono a soddisfare questi parametri, oltre al fatto che la mancanza di dettagli precisi dovuta all’assenza di lenti e obiettivi, conferisce alle immagini quell’aura e quella patina che ben si addice a un progetto di questo tipo, pur senza perdere niente in termini di riconoscibilità dei luoghi.»

IiBN: «Sembra ci siano sempre più problemi a reperire le pellicole Polaroid; dalla tua esperienza come valuti la cosa? Ci sono pellicole che vorresti usare ma che non sono più reperibili?»

BB: «Spero ancora, come hanno annunciato, che qualcuno riesca a rilevare la fabbrica e ad assicurare la continuità della produzione. La perdita delle pellicole a sviluppo immediato sarebbe veramente tragica, sia per tantissimi professionisti che ancora la usano con soddisfazione, sia per tutti quelli, e sono molti, che ne hanno fatto il mezzo privilegiato per realizzare immagini fantastiche ed uniche. Dovendo indicare quelle pellicole che più mi mancheranno, senza dubbio cito la SX70 per quelle a sviluppo integrale e le 665 e 55 bianconero positivo/negativo per le pellicole a distacco, ma anche la 59 per le immense potenzialità creative.»

IiBN: «Gran parte della tua produzione fotografica è basata sulla sperimentazione di alcune tecniche fino a reinventarle, quasi sovvertirle. Il modo in cui utilizzi il formato panoramico, invece, sembra rifarsi molto alla tradizione del genere. Ciò è dovuto a una scelta stilistica precisa? Ritieni che la fotografia panoramica non si presti alla sperimentazione quanto altri generi?»

BB: «La fotografia panoramica, con apparecchi ad obiettivo rotante, è già di per sé un pò fuori dagli schemi e infatti offre visioni fuori dall’ordinario. In questo caso, però, la sperimentazione è proprio offerta dalla tecnologia digitale, con la quale si possono raggiungere traguardi impensabili con le tecniche tradizionali, ed infatti ci sto lavorando e presto spero di produrre un apposito progetto.»

IiBN:: «Vedo che ti occupi anche dell’analisi di portfoli; ti capita di vedere nuove proposte originali che siano rese anche immediatamente fruibili o spesso manca quella marcia in più che unisce la coerenza di una visione all’originalità di un’idea?»

BB: «La lettura dei portfolio è una attività affascinante, che consente non solo di vedere continuamente nuove proposte, ma obbliga a valutare criticamente anche la propria di produzione. Non è facile trovare dei lavori finiti, completi, per lo più si tratta di progetti abbozzati, di cui i fotografi chiedono un parere sul relativo svolgimento e consigli su come portarlo avanti. Nei pochi casi in cui, per me, c’è originalità, tecnica, equilibrio e creatività, i pareri degli altri possono essere discordanti, c’è una mancanza di uniformità nell’esprimere le valutazioni e forse è giusto così.»

Potete trovare le fotografie di Beppe Bolchi sul suo sito Fare fotografie.

Vanessa Winship

Pubblicato su fotografi con i tag, , , , , , , , , , , , , , , , , , , il 7 Aprile 2008 da Giulia Riccio

Vanessa Winship è una fotografa britannica che lavora per l’Agenzia VU. Dopo aver studiato cinema e fotografia a Londra ed aver lavorato prima come insegnante di fotografia e poi presso il National Science Museum, ha scelto di fare della fotografia la sua professione.

Nel corso della sua attività ha realizzato reportage dall’India e dalla Sicilia, ha raccontato con le sue immagini i matrimoni che gli immigrati greco-ciprioti in Gran Bretagna celebrano secondo le antiche tradizioni della loro terra d’origine e la vita nomade dei New Age travellers ed ha fotografato magnificamente il mondo luccicante delle gare giovanili di ballo (Junior Ballroom, Prix de Lausanne).

Da alcuni anni ha scelto di vivere in Turchia e di dedicare la propria attività fotografica a documentare la vita nella regione balcanica e nei Paesi che circondano il Mar Nero. Uno dei lavori realizzati nei Balcani, Albanian Landscape, ha ricevuto una menzione d’onore nel concorso Oscar Barnack nel 2003. Nel 2007 ha pubblicato il libro Schwarzes Meer (Mar Nero), che raccoglie immagini realizzate nel corso dei suoi viaggi attraverso i sei paesi che si affacciano sul Mar Nero: Georgia, Turchia, Bulgaria, Romania, Ucraina e Russia.

Dalla sua esperienza di vita nel Paese della Mezzaluna è nato un lavoro che le ha permesso di vincere il primo premio del World Press Photo 2008 nella categoria Ritratti - Portfolio: una serie di ritratti di allieve di una scuola di campagna della Turchia orientale, intitolata, appunto, Rural school girls, di cui vi mostriamo qui sotto due scatti. L’intera serie è visibile al momento soltanto sul sito del World Press Photo.

Tra tutti i lavori premiati con il prestigioso riconoscimento - che la Winship aveva già ricevuto nel 1998 per la categoria Arte e Spettacolo - questo è uno di quelli che più ha colpito noi di Idee in Bianco e Nero. Abbiamo perciò chiesto alla fotografa britannica di rilasciarci un’intervista, che lei ci ha gentilmente concesso.

Winship4

IiBN: «Hai recentemente vinto il World Press Photo nella categoria Ritratti - Portfolio, con una serie di immagini di allieve di una scuola nelle campagne turche. A mio parere, ciò che rende eccezionali questi ritratti è che, sebbene in quasi tutti i ritratti le ragazze siano vestite allo stesso modo - ovvero con l’uniforme scolastica - la personalità di ciascuna di loro emerge chiaramente osservando i tuoi scatti. Come è nata l’idea di scattare questa serie e perché, secondo te, la giuria del World Press Photo ha apprezzato questo tuo lavoro?»

VW: «Prima di tutto, grazie per l’apprezzamento. Vivevo in Turchia da quasi quattro anni quando ho deciso di scattare queste fotografie. La Turchia è un luogo complesso, dove in apparenza abbondano i cliché fotografici. Per realizzare qualcosa che potesse essere più significativo avevo bisogno di più tempo per comprendere questa terra.»

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Stephen Dupont

Pubblicato su fotografi con i tag, , , , , , , il 31 Marzo 2008 da Fabio Lanotte

Stephen Dupont è un fotografo australiano nato a Sydney da genitori danesi nel 1967. La sua attività di fotoreporter inizia nel 1989, quando documenta la fine dell’occupazione vietnamita della Cambogia per Playboy Magazine. Successivamente lavora come freelance attraverso Sri Lanka, Thailandia, Filippine, Birmania e Australia.

Suoi lavori sono stati pubblicati su Newsweek, Time, New Yorker, Libération, Sunday Times Magazine, New York Times Magazine.

Abbiamo intervistato Stephen Dupont a proposito di “Raskols: Gangs of Port Moresby”, reportage sulle bande criminali di Port Moresby, capitale della Papua Nuova Guinea.

IiBN: «Cosa ti ha spinto a lavorare a questo reportage?»

SD: «Non ero mai stato in Nuova Guinea e, quando sono venuto a sapere della situazione delle bande e del crimine a Port Moresby, ho capito che per me era arrivato il momento di andare a scattare delle foto. Ho sentito il forte desiderio di documentare la lotta umana nelle strade di Moresby. Mi sono quindi infiltrato in una delle cosiddette raskol gang per realizzare dei ritratti che potessero svelare in qualche modo la personalità dei membri della gang ed umanizzare la cattiva reputazione che hanno nella loro società.»

IiBN: «È stato un lavoro su commissione? Qual’è stata la tua esperienza durante questo reportage?»

SD: «No, si è trattato di un lavoro autofinanziato e realizzato durante due diversi viaggi nel 2004. È stata una bella prova per me fare questi ritratti perché ero più abituato a fotografare in uno stile a metà strada fra reportage e street photography. Ero confinato in uno spazio molto limitante e potevo fotografare solo per brevi periodi di tempo nel pomeriggio, così ho portato avanti molte sessioni di ritratti per diversi giorni.»

«Creativamente, ero molto entusiasta dei risultati, essendo costretto a concentrarmi solo sui personaggi ed ho trovato qualcosa di molto speciale nella mia fotografia: ero capace di sentire e catturare la personalità di ciascun raskol, credo in modo molto semplice e naturale. Ho pensato meno a fare grandi foto e di più a rivelare la dignità dei miei soggetti.»

IiBN: «Hai incontrato problemi?»

SD: «No, no davvero. Mi sono sentito molto al sicuro. Ho avuto la benedizione del capo banda.»

IiBN: «Di cosa ti stai occupando attualmente?»

SD: «Ora sto lavorando ad un progetto a lungo termine sull’Afghanistan con l’aiuto della borsa di studio W. Eugene Smith 2007 per la Fotografia Umanista. Ho anche diversi libri in cantiere ed un documentario in forma di filmato.»

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Per approfondire la conoscenza di questo autore consigliamo di guardare le foto del set Raskols: Gangs of Port Moresby e di visitare il sito personale di Stephen Dupont.

Robert Croma

Pubblicato su fotografi con i tag, , , , , , , , , , , , , il 25 Marzo 2008 da Giulia Riccio

Paper boy - Nicaragua

Abbiamo parlato non molto tempo fa della travagliata storia a lieto fine dei negativi perduti di Robert Capa. Anche quella di Robert Croma è la storia di un fotoreporter – certo non famoso come Capa – nonché dei suoi viaggi, degli eventi che hanno fatto la storia e dei suoi negativi perduti.

Croma racconta infatti sul suo spazio su Flickr: «Molti dei miei lavori che risalgono ad anni fa sono andati perduti – il che dice molto sullo stato in cui la mia testa si trovava all’epoca. Mi rimangono alcune stampe, di cui qualcuna laminata, le altre no, che ho recuperato fotografandole con una macchina digitale.»

Quello che rimane dei suoi reportage, risalenti per lo più alla fine degli anni ’80, ci racconta la Pechino dell’epoca di Piazza Tien An Men, il Nicaragua, Israele e la Palestina. Incuriositi dal personaggio e affascinati dai suoi scatti, abbiamo chiesto a Robert Croma di raccontarci qualcosa in più di sé e della sua attività fotografica.

Tank Boy – Managua, Nicaragua

IiBN: «Prima di tutto vorrei chiederti di presentarti brevemente ai lettori di Idee in Bianco e Nero.»

RC: «Vivo a Londra e lavoro saltuariamente nell’industria cinematografica da alcuni anni. In precedenza ho svolto altri lavori. In particolare, per 7 anni ho lavorato a Londra come fotografo professionista di news e reportage per conto di media nazionali e internazionali. Ero un fotografo autodidatta e freelance, ed ho sempre preferito essere indipendente piuttosto che diventare un fotografo dipendente a tempo pieno. Originariamente facevo parte di un importante gruppo di fotografi che si occupava di questioni politiche e sociali per conto della stampa indipendente. In questo modo finii per vedermi commissionati dei lavori dalla stampa mainstream

IiBN: «I tuoi reportage dalla Cina, dal Nicaragua, da Israele, e quelli relativi a tematiche sociali come per esempio l’attivismo gay e la Jesus Army sono stati realizzati su commissione?»

RC: «Non tutti i miei reportage sono stati realizzati su commissione. Alcuni sono nati da miei personali spunti di riflessione, poiché io ero interessato all’argomento. Tuttavia, tutti i miei reportage più speculativi in genere venivano immediatamente venduti.»

Rail Station – Leòn, Nicaragua

JesusArmyRallyJesus Army Rally ~ Clapham Common, London

IiBN: «Quelli citati sopra sono gli unici reportage che hai realizzato in un teatro di guerra, o in luoghi in cui era in corso una rivolta o una guerriglia? Ci sono altri di cui non hai più stampe o negativi? A questo proposito, se non ti dispiace raccontarcelo, potrei chiederti come ti è accaduto di perdere tutti i tuoi negativi?»

RC: «Ho realizzato anche dei reportage sul conflitto nord irlandese e sulla guerriglia in El Salvador – quest’ultimo era un posto particolarmente pericoloso per un fotografo in quel periodo. Tutti i negativi di quel periodo non si trovano più. Purtroppo sono scomparsi quando ho abbandonato la fotografia professionale in modo abbastanza improvviso per coltivare altri interessi. Magari un giorno riemergeranno. Recentemente ho sentito dire che alcuni di essi, tra cui alcuni negativi dei miei reportage dalla Cina, potrebbero essere conservati da qualche parte negli Stati Uniti. La caccia è ancora aperta.»

«La mia attività di reportage aveva raggiunto un momento di impasse creativo. Trovavo difficile conciliare le mie esigenze artistiche e le restrizioni legate all’attività documentaristica e al reperimento di notizie. Il reportage, se fatto bene, è una forma espressiva meravigliosa, necessaria, che tuttavia in quel momento non sentivo più il desiderio di coltivare. In altre parole, avevo bisogno di trovare modi alternativi di esprimere la mia creatività. Quindi ho iniziato a scrivere e a studiare cinematografia. Ho scritto un romanzo, una piccola casa editrice inglese me lo ha accettato, ma appena prima della pubblicazione del mio libro è fallita! Poi ho scritto alcune opere brevi per il teatro, che sono state messe in scena a Londra, e parecchie sceneggiature, nessuna delle quali è stata poi prodotta. Ho scritto anche alcune commedie per la BBC radio.»

Resting Student – Tiananmen Square, Beijing

Riot in Beijing – China - June 1989

IiBN: «Quale ruolo sentivi di avere come fotografo quando ti trovavi a documentare un conflitto o un evento importante come la rivolta di piazza Tien An Men a Pechino?»

RC: «Principalmente ero lì per testimoniare e registrare, per interpretare e mostrare.»

IiBN: «Quale è stata l’esperienza che ti ha colpito di più durante questi viaggi?»

RC: «L’umanità che condividiamo – per quanto complessa essa sia.»

Shopkeeper ~ Taroudant, Morocco - 1986

A weekend away

IiBN: «Quali fotografi sono per te fonte d’ispirazione, e perché?»

RC: «Il mio apprezzamento per la fotografia e per i fotografi copre un ampio spettro. Ma parlando di ispirazione, suppongo che le immagini che risalgono alla mia giovinezza siano la vera fonte della mia immaginazione creativa. Come i romanzi che leggevo da ragazzo, le fotografie colpiscono la mente in modo incontrollato quando sei giovane, e ancora adesso quelle impressioni passate risuonano nell’inconscio.»

«Torno spesso alle immagini di Henri Cartier-Bresson perché è uno dei primi in cui mi sono imbattuto in modo significativo quando ero un ragazzino. Trovai un suo libro fotografico nella biblioteca della scuola quando avevo 12 anni. Quelle immagini toccarono in me corde profonde. C’era qualcosa in esse che mi colpì profondamente. Oltre alla bellezza delle sue composizioni, e alla grande portata storica del loro contenuto, a quel ragazzino parve che viaggiare e scattare fotografie di luoghi lontani e della gente che li abitava dovesse essere qualcosa di veramente glorioso e romantico.»

«Un amico mi ha appena regalato un fac-simile dello scrapbook di Cartier-Bresson, pubblicato in occasione della mostra “Le Scrapbook d’Henri Catier-Bresson” che si è svolta a Parigi, presso la Fondazione HCB, nel 2006. L’album contiene immagini scattate tra il 1932 e il 1946. E’ un libro assolutamente strepitoso, stampato in modo favoloso, e molte fotografie sono nel loro seppia originale. Quando guardo questo libro mi ritornano ancora in mente quei sentimenti lontani che provai quando per la prima volta mi imbattei in quest’opera.»

Two Pax Christi Peace Activists, Ministry of Defence ~ London - 1989

Robert Wyatt and Poet and Painter Alfreda Benge ~ London

IiBN: «Ho visto sul tuo sito che ora ti definisci un vlogger – ovvero un video blogger. Consideri questa un’evoluzione della tua esperienza di fotografo o si tratta di qualcosa di completamente diverso?»

RC: «E’ decisamente un’evoluzione. Che cos’è un video se non una serie di fotogrammi connessi tra loro? Mi interessa ancora la narrazione, il raccontare storie. Anche se ora tendo a pensare che uno dei modi migliori di dire la verità è attraverso le bugie della narrativa. Questa è la speranza che ho per il video.»

Gli scatti di Robert Croma sono rilasciati con licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 2.0 Generic. Cliccando su ciascuna delle immagini riprodotte sarete trasferiti alla rispettiva pagina di Flickr, dove è possibile visualizzarne la didascalia. Robert Croma è presente su Flickr con il nome Cromacom.

Massimo Sbreni

Pubblicato su fotografi con i tag, , , , , il 3 Marzo 2008 da Mario Macaluso

Massimo Sbreni ha 42 anni e vive a Ravenna. Non è un fotografo professionista e le sue immagini nascono durante i viaggi in giro per il mondo che sono la sua grande passione.

Nonostante questo, le sue foto riescono a trasmetterci, in modo diretto e molto partecipato, volti e scene di vita quotidiana da mondi lontani.

Massimo Sbreni mostra anche una buona capacità di approccio con queste realtà cosi lontane da noi occidentali, nonché una perfetta padronanza del linguaggio fotografico, riuscendo ad alternare bianconero e colore senza mai venir meno ad un suo personale rigore stilistico.

Ci ha detto di se stesso e delle sue immagini:

«La fotografia è sicuramente un grande mezzo di comunicazione e cerco di utilizzarla per cogliere e poi trasmettere informazioni ed emozioni.»

«Ho poi imparato che soprattutto queste ultime possono essere enfatizzate, smussate o addirittura falsate da me, dal mio modo di comporre un’immagine, dalla post produzione o “semplicemente” dalla scelta bianconero o colore.»

«Adoro fotografare viaggiando perché, per me, il viaggio è la pausa, il momento in cui posso soffermarmi in un luogo per poterne assaporare la quotidianità con lo stimolo della scoperta.
In viaggio cerco di cogliere attraverso le immagini, possibilmente non scontate, l’anima di un luogo mettendo spesso in risalto la figura umana.»

Altre foto di Massimo Sbreni possono essere viste sul suo account su Flickr.