Archivio per la Categoria fotografi

Stephen Dupont

Pubblicato su fotografi con i tag, , , , , , , il 31 Marzo 2008 da Fabio Lanotte

Stephen Dupont è un fotografo australiano nato a Sydney da genitori danesi nel 1967. La sua attività di fotoreporter inizia nel 1989, quando documenta la fine dell’occupazione vietnamita della Cambogia per Playboy Magazine. Successivamente lavora come freelance attraverso Sri Lanka, Thailandia, Filippine, Birmania e Australia.

Suoi lavori sono stati pubblicati su Newsweek, Time, New Yorker, Libération, Sunday Times Magazine, New York Times Magazine.

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Robert Croma

Pubblicato su fotografi con i tag, , , , , , , , , , , , , il 25 Marzo 2008 da Giulia Riccio

Paper boy - Nicaragua

Abbiamo parlato non molto tempo fa della travagliata storia a lieto fine dei negativi perduti di Robert Capa. Anche quella di Robert Croma è la storia di un fotoreporter – certo non famoso come Capa – nonché dei suoi viaggi, degli eventi che hanno fatto la storia e dei suoi negativi perduti.

Croma racconta infatti sul suo spazio su Flickr: «Molti dei miei lavori che risalgono ad anni fa sono andati perduti – il che dice molto sullo stato in cui la mia testa si trovava all’epoca. Mi rimangono alcune stampe, di cui qualcuna laminata, le altre no, che ho recuperato fotografandole con una macchina digitale.»

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Massimo Sbreni

Pubblicato su fotografi con i tag, , , , , il 3 Marzo 2008 da Mario Macaluso

Massimo Sbreni ha 42 anni e vive a Ravenna. Non è un fotografo professionista e le sue immagini nascono durante i viaggi in giro per il mondo che sono la sua grande passione.

Nonostante questo, le sue foto riescono a trasmetterci, in modo diretto e molto partecipato, volti e scene di vita quotidiana da mondi lontani.

Massimo Sbreni mostra anche una buona capacità di approccio con queste realtà cosi lontane da noi occidentali, nonché una perfetta padronanza del linguaggio fotografico, riuscendo ad alternare bianconero e colore senza mai venir meno ad un suo personale rigore stilistico.

Ci ha detto di se stesso e delle sue immagini:

«La fotografia è sicuramente un grande mezzo di comunicazione e cerco di utilizzarla per cogliere e poi trasmettere informazioni ed emozioni.»

«Ho poi imparato che soprattutto queste ultime possono essere enfatizzate, smussate o addirittura falsate da me, dal mio modo di comporre un’immagine, dalla post produzione o “semplicemente” dalla scelta bianconero o colore.»

«Adoro fotografare viaggiando perché, per me, il viaggio è la pausa, il momento in cui posso soffermarmi in un luogo per poterne assaporare la quotidianità con lo stimolo della scoperta.
In viaggio cerco di cogliere attraverso le immagini, possibilmente non scontate, l’anima di un luogo mettendo spesso in risalto la figura umana.»

Altre foto di Massimo Sbreni possono essere viste sul suo account su Flickr.

Alan Soon

Pubblicato su fotografi con i tag, , , , , il 28 Febbraio 2008 da gaetans

Alan Soon è un fotografo di Singapore. Nella vita di tutti giorni Alan è un produttore televisivo cui piace viaggiare con una macchina fotografica come compagnia: è stato in molti paesi del mondo tra cui l’India, la Cina e la Birmania. Alcuni dei suoi scatti ci hanno colpito particolarmente e abbiamo deciso di intervistarlo.

IiBN: «Vedo che sei stato in Myanmar (la ex Birmania) nel luglio 2007, appena un paio di mesi prima che le proteste nel Paese balzassero agli onori della cronaca e che, tra gli altri, un fotografo giapponese perdesse la vita nel tentativo di documentare gli eventi. Quando hai visitato Myanmar hai scritto sul tuo sito: “Per i turisti, il dibattito si è incentrato su una domanda: visitare questo paese, o no? Io vi invito fortemente ad andarci. Probabilmente non troverete neanche una persona per le strade di Yangon che vi suggerirebbe di non farlo. Date loro la possibilità di parlare e di interagire con il mondo esterno; i generali non lo faranno”. Io penso che le tue immagini raccontino moltissimo della gente ma, se tu potessi dirci qualcosa a proposito della tua esperienza con la gente in quel Paese in particolare, cosa ci racconteresti?»

AS: «I birmani hanno una grande sete di contatto con il mondo esterno – o come mezzo per raccontare a tutti gli altri ciò che sta avvenendo nel loro Paese, o semplicemente per scoprire cosa succede nel mondo “reale”. I birmani sono curiosi, intelligenti ed istruiti, e sono stati derubati delle loro vite da un governo corrotto e isolazionista. In relazione a questo, in febbraio il governo ha aumentato le tasse sulle parabole satellitari per renderle quanto più inaccessibili alla popolazione.»

IiBN: «In Occidente sta avendo luogo una sorta di riscoperta della fotografia asiatica. Ci sono dei nomi che ti ispirano, fotograficamente parlando, che pensi meriterebbero più attenzione qui da noi? Inoltre, ritieni che ci sia un diverso approccio culturale alla fotografia e al linguaggio visivo in generale?»

AS: Non sono solito fare distinzioni etichettando i fotografi come occidentali o orientali – ci sono molti grandi fotografi nel mondo, che ammiro principalmente per i loro punti di vista e la loro curiosità nei confronti del mondo. Inoltre, posso parlare solo in termini di “street photography”, che è il genere cui mi dedico. Per quanto riguarda la cultura dei fotografi, il risultato finale è lo stesso in ogni caso: le immagini sono costruite sulla curiosità e sull’apprezzamento della “bellezza” e della meraviglia; si tratta di valori intrinsecamente interculturali.»

IiBN: «Nei tuoi set “orientali” si ha la sensazione che tu sia parte della scena, mentre in quelli realizzati nelle città “occidentali” il tuo sguardo pare più quello di un osservatore esterno. Se questa sensazione è corretta, come la spiegheresti?»

AS: «È un’osservazione molto acuta; penso che nessuno me lo avesse fatto notare prima d’ora; ma è qualcosa che a volte tento di combattere. Tuttavia, la distinzione che farei è tra le società “sviluppate” e quelle “in via di sviluppo”. Le società sviluppate rappresentano per me una sfida incredibile. La curiosità per me è un valore importante – e funziona in entrambe le direzioni. Io devo essere curioso nei confronti della gente, e la gente deve essere curiosa nei miei confronti. Quando questi due aspetti si incontrano, possono risultarne immagini notevoli. Nelle società sviluppate, c’è poca curiosità nell’interazione. Una visita a New York o a Copenhagen, per esempio, non è necessariamente sorprendente per me – si tratta di immagini con cui sono cresciuto da sempre; le ho viste alla televisione, oppure su Internet. È molto difficile rompere quel “muro”. Io mi spingo a guardare oltre ciò che ho visto per trovare qualcosa che mi sorprenda. E spero sempre che lì qualcuno sia altrettanto curioso o sorpreso nel vedermi. Quanto ai paesi in via di sviluppo, è l’esatto opposto. La gente è aperta, ti accoglie, non vede l’ora di sapere qualcosa di te – da dove vieni, che stai facendo lì e, spesso, la domanda per loro più importante: cosa pensi del loro Paese? È questo il coinvolgimento che cerco quando parto per scattare delle foto. Mi piace essere sorpreso. Mi piace la prospettiva di incontrare persone interessanti.»

IiBN: «Una delle cose che lasciano più perplesso chi si avvicina alla fotografia per la prima volta è la scelta del bianco e nero come mezzo espressivo. Come spiegheresti questa scelta ad una persona a digiuno di fotografia?»

AS: «Il bianco e nero è un linguaggio in sé stesso. Nella Street Photography, è letterale. Ma allo stesso tempo non è “urlato”. Un lavoro in bianco e nero invita l’osservatore a leggere oltre. Se il colore può essere associato alla narrativa, il bianco e nero è poesia: richiede un’interpretazione e una lettura tra le righe. In una foto a colori di una bellissima modella, si è immersi nel colore dei suoi capelli, dei suoi occhi e dei suoi abiti. In una foto in bianco e nero, invece, inizi a interpretare le tonalità di grigio – cosa sta pensando questa persona, come si sente. E, in breve tempo, incappi nella ricompensa più grande quando ti domandi: cosa provo riguardo a questa foto, e perché mi fa sentire così?»

IiBN: «Molti fotografi oggi, professionisti e non, adottano un mix di tecniche analogiche e digitali. Tu hai avuto esperienze in camera oscura? Inoltre, cosa ritieni che un buon fotografo debba saper padroneggiare prima di intraprendere questa strada?»

AS: «Sì, io sviluppo e stampo ancora le mie foto in camera oscura. Ritengo che i pensieri più intensi e più trascinanti nascano al meglio da passi compiuti lentamente – lo sviluppo è una parte molto importante del processo creativo. La camera oscura ti costringe a rallentare, e pensare. E pensare.Soprattutto, ciò prova la nostra natura umana: nonostante il nostro utilizzo della tecnologia, siamo ancora intrinsecamente analogici. Usiamo le dita per toccare e sentire. Nel processo digitale, pur più veloce e più efficiente, manca questa connessione.»

IiBN: «Che cosa cerchi in una fotografia?»

AS: «Cerco me stesso. Cerco il modo in cui mi fa sentire. La composizione, l’illuminazione, la tecnica, tutto è importante. Ma, alla fine, mi chiedo se la foto: 1) mi dice qualcosa di nuovo su di me; 2) mi racconta qualcosa del punto di vista e del pensiero del fotografo. Spesso mi accorgo che le fotografie più coinvolgenti sono sfocate o esposte in modo non corretto. La perfezione tecnica è importante – ma ancora più importante è il modo in cui l’immagine comunica.»

IiBN: «Ho sentito dire che la Street Photography è come il jazz: se chiedi a dieci persone diverse di definirla, avrai dieci definizioni differenti. Qual è il tuo personale modo di definirla?»

AS: «Provo a riassumere così la mia definizione: SERENDIPITÀ + MERAVIGLIA = STREET PHOTOGRAPHY. La Street Photography è uscire e camminare, camminare, camminare, e sperare, sperare, sperare che dietro l’angolo ci sia qualcosa che ti sorprenda e che ti nutra la mente.»

Per approfondire la conoscenza di Alan Soon, si può visitare una serie di gallerie fotografiche sul suo sito personale.

Tomás Munita

Pubblicato su fotografi con i tag, , , , , , , , il 7 Febbraio 2008 da gaetans

Tomás Munita è un fotografo cileno. Tra i molti premi che figurano nel suo profilo, basti menzionare il World Press Photo Award ed il Leica Oskar Barnack Award conseguiti nel 2006.

Tomás ti colpisce dentro. E non lo fa solo tramite la denuncia sociale. I suoi personaggi sono strettamente vincolati alle proprie radici culturali ed alle problematiche sociali; ciò non è altro che una sovrastruttura architettonica che trova le sue fondamenta nella luce. In ogni scatto si assapora il valore che il fotografo conferisce all’illuminazione della scena.

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Con l’illuminazione Munita modella personaggi, ambientazione e, di conseguenza, il messaggio. Questo perché per Tomás Munita «si tratta di come la luce agisce sui luoghi, del modo in cui entra in una stanza o colpisce una strada o tinge il cielo di un certo colore, o ancora di come la luce plasma gli oggetti e le persone e crea il volume. La cosa interessante è la nostra reazione alla luce.»

Come un abile direttore della fotografia di un film, egli sceglie l’illuminazione giusta per descriverci con i suoi occhi ciò che ha visto e cosa ha provato. L’incidenza della luce nelle foto del lavoro sullo Shah Bazar ne è un esempio lampante. Tomas ci confessa che «il mio modo di intendere la luce ovviamente affonda le sue radici nella pittura». Goya, Rembrandt, Caravaggio, Durer, Rubens, Klimt e Degas sono alcuni tra i pittori che lo hanno sempre affascinato. Spesso molti scatti sembrano dei dipinti e come le tele di Michelangelo Merisi (Caravaggio) hanno l’incidenza della luce naturale e delle aree completamente nere. A proposito di nero, mi ha colpito molto l’utilizzo che Tomás ne fa; egli lo adotta sia come “non informazione” per favorire e dare risalto ad altri aspetti della scena sia come una cornice atipica, che come forte elemento di contrasto. Al nero, alle ombre si contrappongono spesso raggi di luce, occhi di bue naturali, sottili fili di speranza.

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Idee in Bianco e Nero ha avuto recentemente l’opportunità di intervistare Tomás.

IiBN: «Il particolare utilizzo della luce crea una forte atmosfera nei tuoi scatti. Ci farebbe piacere saperne qualcosa di più.»
TM: «E’ veramente difficile spiegare il significato che la luce ha per me. Si tratta di come la luce agisce sui luoghi, del modo in cui entra in una stanza o colpisce una strada o tinge il cielo di un certo colore, o ancora di come la luce plasma gli oggetti e le persone e crea il volume. La cosa interessante è la nostra reazione alla luce. C’è qualcosa riguardo la percezione che si fissa attraverso la luce, suggerendo una dimensione psicologica. Non so dire di più, è semplicemente qualcosa di affascinante e profondamente emozionante.»

IiBN: «Se dovessi scegliere un solo nome, chi è il fotografo che ti ha influenzato di più?»
TM: «Josef Koudelka. Per anni ho sfogliato e risfogliato i suoi libri, imparando da lui, dalla sua poesia.»

IiBN: «Chi sono i fotografi che ti ispirano oggi e perché?»
TM: «Ovviamente ce ne sono molti e James Nachtwey è probabilmente il primo. Forse ciò che lo spinge davvero non è la fotografia, ma l’umanità. La sua opera è veramente potente. La luce, la composizione e la bellezza sono elementi plastici, strumenti che usa per portarci dentro il dramma della modernità. Il modo in cui Nachtwey interpreta la fotografia è così umile, persino semplice; dà voce a persone che altrimenti non avrebbero modo di esprimersi. Egli documenta magnificamente e con sensibilità la lotta delle persone e dei popoli, e il significato del nostro agire (o non agire) nei riguardi della vita di chi soffre. Non c’è né gioco né presunzione, solo l’urgenza di comunicare un messaggio. Non è questo il mio modo di fare fotografia; devo dire che io sono profondamente attratto dalla pura visione, dal modo in cui comprendo il mondo attraverso ciò che vedo, attraverso gli elementi e le loro trame e i colori e le azioni della gente, ma Nachtwey si è spinto più in là, nel fotogiornalismo, e ha dato a tutto questo un significato potente e necessario.»

IiBN: «Nelle tue immagini dello “Shah Bazar”, la luce colpisce i soggetti lateralmente. Le immagini sembrano dipinti del Rinascimento italiano. Sei mai stato ispirato dall’opera di pittori o scultori?»
TM: «La pittura mi ha sempre affascinato, e in particolar modo le opere di Goya, Rembrandt, Caravaggio, Durer, Rubens, Klimt, Degas e molti altri. Solo successivamente ho iniziato a imparare dalle opere di fotografi. Il mio modo di intendere la luce ovviamente affonda le sue radici nella pittura.»

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IiBN: «Cosa implica per te il fatto di essere un fotografo sudamericano e, in particolare, cileno?»
TM: «Come molti latinoamericani sono piuttosto legato alla mia realtà, alla realtà della gente che mi circonda e in molti casi alla loro lotta per la sopravvivenza. Qui in Cile abbiamo vissuto molti anni sotto una pesante dittatura, e i fotografi cercavano di denunciarne la brutalità attraverso le immagini, mettendo a rischio le loro vite. E sono questi i fotografi che considero i miei maestri. Chi viaggia in America Latina ha modo di osservare ovunque le eredità del sistema coloniale, la disuguaglianza, le spaccature nella società, il modo in cui gli altri si pongono rispetto alla natura e la sofferenza di tanta gente. Semplicemente, è difficile evitare questi soggetti. Molti di noi vogliono parlare della dignità degli oppressi, vogliamo creare ponti che avvicinino la gente. E la bellezza gioca un ruolo fondamentale in questo senso.»

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Il sito di Tomás Munita.

Pubblichiamo qui di seguito il testo in lingua inglese dell’intervista che Tomás Munita ci ha concesso.

IiBN: «There is so much mood in your lighting scenes. Do you mind telling us something about it?»
TM: «It is hard to say what light means to me. It is just what light does to the places, the way it enters into a room or falls on a street or the color it dyes the sky, the way it molds objects and volume and people. And the interesting thing is our reaction to it. There is something on perception that fixes on light suggesting a psychological dimension. I cannot say more. It is just fascinating and deeply moving.»

IiBN: «If you had to choose only one name, which photographer had the major influence in you?»
TM: «Josef Koudelka. For years I have been browsing through his books, again and again, learning from him, from his poetry.»

IiBN: «Which are the photographers that inspire you today and why?»
TM: «Of course there are many, and James Nachtwey is probably the first one. Maybe photography is not what really moves him; maybe it’s humanity. His work is so powerful: light, composition and beauty are plastic elements, just tools he uses to take us into the drama of modern times. The way he understands photography is so humble, even simple, he is giving a voice to people that otherwise would be unheard. He documents, in a sensible and magnificent way, the struggle of people and societies, and the meaning of our actions (or inactions) into the life of those who suffer. There is no game, no pretensions but the urgency of delivering a message. This is not the way I do photography. I have to say I am deeply captivated just by vision, by how I understand the world through what I see, through the elements and their textures and colors and people’s actions. But Nachtwey took it way further into photojournalism and gave it a necessary powerful meaning.»

IiBN: «In your “Shah Bazar” pictures, subjects get the light from a lateral point. Photos look like paintings from the italian Renaissance. Have you ever taken your inspiration from painters or sculptures?»
TM: «I was always fascinated by paintings, especially by Goya, Rembrandt, Caravaggio, Durer, Rubens, Klimt, Degas and many others. Later I learnt from the work of photographers. The way I understand light has obviously its roots in painting.»

IiBN: «What does it mean to you being a South American photographer and, particularly, a Chilean one?»
TM: «As Latin Americans we are more attached to our reality, to the reality of people who surround us and in many cases to their fight for survival. In Chile we lived many years under a tough dictatorship and photographers were trying to denounce its brutality by taking pictures risking their lives: those are the photographers who taught to me. When you travel in Latin America you can see everywhere the legacy of a colonial system, the inequality, the rift between societies, the way others relate to nature and the suffering of many. It is just hard to avoid these subjects. Many of us want to talk about the dignity of the oppressed ones, we want to create bridges that bring people closer. And beauty plays a main role on this.»