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Rosso che era

Pubblicato su libri con i tag, , , , , , , , il 23 Aprile 2008 da Mario Macaluso

Con questo post presentiamo un libro un po’ datato ma che, alla luce dei risultati delle recenti consultazioni elettorali, torna ad essere attuale e suona addirittura ironico nel suo titolo: «Rosso che era»
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Rosso che era: viaggio a colori nel tempo che fu comunista
di Mauro Galligani

testi di R. Gritti, ed. Ila-Palma [1993]
pagg. 120 - € 16,53

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Nonostante siano passati solo 15 anni dalle ultime foto pubblicate su questo «album fotografico del comunismo che era» sembra passato un secolo.
Le foto di Mauro Galligani ci trasportano, come in una macchina del tempo, nel mondo che viveva “al di la’ del muro”.

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I suoi scatti, raccolti in vent’anni di reportage nei paesi comunisti, raccontano le contraddizioni, le sofferenze e le speranze di chi viveva “al di la’ del muro”.

Ci sono il Vietnam e la Cina, l’ U.R.S.S. e l’Albania, ci sono politici, personaggi di spicco e gente comune, da Papa Wojtyla a Gorbaciov, da Eltsin a Walesa, dai giovani di Praga, alla gente e ai militari di Bucarest mentre viene rovesciato il regime di Ceausescu.

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Mauro Galligani è uno dei fotoreporter italiani più conosciuti nel settore editoriale.
Nato a Farnetella, in provincia di Siena, ha iniziato la carriera di fotoreporter nello staff dell’Agenzia Italia.
Nel 1964 è passato al quotidiano il Giorno.
Nel 1970 ha iniziato a lavorare per Mondadori come reporter di Epoca per cui ha realizzato reportage molto importanti in paesi di tutto il mondo. Dal 1984 e fino al 1997 ha svolto l’incarico di picture editor presso Epoca e Panorama.
La storica rivista Life ha riservato molti spazi alle sue foto.
Nel 1997, durante un reportage nella città di Grozny, Galligani fu rapito da guerriglieri ceceni, e rilasciato dopo diverse settimane.
Galligani è autore di numerosi altri libri fotografici, tra cui gli ultimi Il Tempo dell’Est (Silvana, 1999) e Uno sguardo discreto (Leonardo 1999).
Dal 2000 è rappresentato dall’agenzia Contrasto.

Album Auschwitz

Pubblicato su libri con i tag, , , , , , , il 18 Febbraio 2008 da Mirko Caserta

Questo articolo è stato preparato da Andrea Giorgi di Milano; lo staff di Idee in Bianco e Nero desidera ringraziarlo vivamente per la preziosa collaborazione. Segnaliamo inoltre che, cliccando sulle foto, si aprirà la rispettiva versione in dimensioni originali in una nuova finestra.

Il 9 aprile 1945 le truppe americane liberarono il campo di concentramento di Dora Mittelbau, vicino Nordhausen. Nella confusione di quei primi giorni di libertà, una giovane prigioniera del campo, Lili Jacob, cercava in una baracca abbandonata dalle SS qualcosa con cui coprirsi. Era stata internata nel maggio del 1944, a diciotto anni, ed era arrivata ad Auschwitz in un treno piombato insieme alla sua famiglia e ad altri ebrei del paese in cui viveva, Bilke, in Ungheria. Dal giorno dell’arrivo ad Auschwitz non aveva più visto nessuno della sua famiglia, né avuto notizie.


«Il treno è arrivato al binario 3 del campo. I deportati sono raccolti sulla banchina centrale. All’orizzonte, a destra e a sinistra, si vedono i camini rettangolari e gli edifici dei forni crematori II e III.»

Dentro un armadio della baracca abbandonata, Lili trovò un album di fotografie con la copertina rigida, rilegato in lino marrone chiaro e con gli angoli rinforzati in metallo. Bastò aprire quell’album per capire che le apparteneva. La prima fotografia che vide era del rabbino capo di Bilka, deportato con lei sullo stesso treno. Nelle altre immagini ritrovò i fratellini Sril e Zelig (incredibilmente ripresi in una delle poche fotografie che è un vero e proprio ritratto), i nonni, i cugini e altri compagni ancora; compagni di quel viaggio nei carri bestiame di un convoglio ferroviario partito dal ghetto di Beregovo nei Carpazi, con un carico di circa 3500 ebrei destinato ad Auschwitz.


«La prima fase della Selezione consisteva nel dividere i prigionieri in due colonne, separando gli uomini da donne e bambini. Sullo sfondo l’edificio dell’ingresso principale del campo.»

Quell’album di fotografie è “Album Auschwitz”. Una raccolta di circa 200 immagini in forma di album scattate da due fotografi dalle SS, solo in seguito identificati, il giorno in cui ad Auschwitz arrivò il treno di Lili, nella primavera del 1944.

Nel 1945, tornata a Bilke, Lili regalò alcune fotografie dell’album a chi riconosceva in queste il viso di un parente o di una persona cara, e solo una di queste immagini ritornerà in seguito nell’album. Lili non volle separarsi dall’Album per molti anni. Nel 1946 Il Museo Ebraico di Stato di Praga riprodusse una copia delle immagini.


«La Selezione vera e propria iniziava dalla colonna delle donne, a destra nella fotografia. La lunga colonna di prigionieri incamminata sull’altro lato dei binari si sta dirigendo verso i forni crematori II e III. L’edifico rettangolare, al centro dell’immagine in alto, è la sala dei forni del crematorio II. Sullo sfondo un camion è caricato con i bagagli abbandonati sulla banchina.»

Il primo a comprendere il valore documentale di queste fotografie fu lo storico Erik Kulka, anche lui sopravvissuto ad Auschwitz, che nel 1955 vide le immagini nell’archivio del Museo Ebraico di Stato, e si impegnò nella ricerca dell’album originale. Nel 1963 Kulka depose nel processo alle SS chiamato Processo di Francoforte, come teste dell’accusa. La sua deposizione, che contribuì alla condanna di alcune SS, si basò in buona parte sulle immagini dell’album. In questa occasione Lili si rifiutò di consegnare l’Album al Tribunale perché fosse messo agli atti.

Durante il processo si riuscì ad identificare anche gli autori delle fotografie: l’Oberscharfuhrer Bernhard Walter e l’Untersharfuhrer Ernst Hofmann, rispettivamente Responsabile e Assistente dell’Ufficio Identificazione di Auschwitz. Il compito di questo ufficio era quello di fotografare e schedare tutti gli internati nel campo, ad esclusione degli ebrei e degli zingari. Le immagini scattate in quel giorno dalle due SS sono quindi un documento unico. La presenza della macchina fotografica in un luogo che il regime nazista considerava assolutamente segreto è un evento eccezionale.


«Ancora la Selezione. L’ufficiale medico delle SS, in primo piano, indica con un gesto la direzione. Il gesto che vediamo indica verso destra in coda alla colonna di prigionieri sullo sfondo, diretti alla morte nei forni crematori II e III. Gli uomini, al centro in alto, attendono il loro.»

Nell’Agosto del 1980 Lili consegnò l’album originale al direttore dello Yad Vashem, il Museo israeliano dedicato alla memoria della Shoa.

L’Album viene oggi pubblicato per la prima volta in Italia da Einaudi, in concomitanza con le celebrazioni del Giorno della Memoria. Contiene stampe di buona qualità ed è completato ed approfondito da diversi saggi: una descrizione dettagliata del campo di Auschwitz, un’indagine storica sulla sua costruzione e funzione, la storia di Lili Jacob e quella dello sterminio degli ebrei ungheresi, e un saggio sulla funzione della fotografia come strumento di testimonianza e di indagine storica.

Insieme alle immagini si trovano i risultati dell’imponente lavoro di ricerca storica svolto tra i sopravvissuti alla ricerca delle identità delle persone ritratte nelle fotografie dell’Album. Molti sono stati riconosciuti, e moltissimi altri restano ancora senza nome. La funzione dell’album è anche e ancora questa. Le identificazioni ambigue sono riportate nella speranza che qualcuno, ancora oggi, riconosca un viso conosciuto e consenta di restituire, poco per volta, l’identità alle vittime dell’oblio della Shoa.


«Una donna anziana e quattro bambini piccoli s’incamminano verso i forni IV e V. Probabilmente i bambini le sono stati affidati dalla madre giudicata “abile al lavoro” all’atto della Selezione.»

Le immagini dell’album, in sequenza temporale, raccontano passo dopo passo le procedure di ingresso nel campo dei prigionieri. Una giornata come molte altre prima e dopo di quella, fatte di bagagli e fagotti scaricati dal treno, di file separate di donne e uomini, e infine di Selezione tra gli abili al lavoro, che entravano effettivamente nel campo come prigionieri, e quanti, la maggior parte, erano destinati a morte immediata nelle camere a gas. Le immagini raccontano di una lunga colonna incamminata, inconsapevole, verso i camini dei forni crematori. Il lavoro efficiente di ripulitura dei binari da tutti i bagagli rimasti abbandonati, in modo che il convoglio successivo trovasse una banchina vuota delle tracce di quanto accaduto, e pronta al ripetersi della Selezione. Infine la cernita di quanto requisito per selezionare i beni di qualche valore da inviare al Reich.

In tutte le immagini dell’Album colpisce la dimensione e la crudeltà dell’inganno inscenato dalle SS. In quel periodo i tedeschi avevano capito che per uccidere con la necessaria efficienza quel numero elevatissimo di persone era necessario un ordine ed una tranquillità che non si potevano ottenere con la forza. Era necessario che le vittime ubbidissero docili, in quanto inconsapevoli di quanto stavo loro accadendo. Le SS permettevano che i deportati destinati a morte tenessero con se poche cose del loro bagaglio ma sufficienti a far pensare alle necessità pratiche di una lunga permanenza in prigionia. Avrebbero lasciato queste ultime cose negli spogliatoi delle camere a gas, dove le SS raccomandavano loro di ricordare con precisione il numero dell’appendino dei propri abiti, per ritrovarli, poi, con facilità.


«I prigionieri destinati ad essere uccisi nei forni IV e V si ritrovavano, uomini e donne insieme, ad attendere il loro turno per le camere a gas nel boschetto di betulle vicino al forno IV. La bimba che gioca con la sabbia, sulla destra, è Gerti Mermelstein di Mukacevo. Vicino a lei la sorella, la mamma e la nonna.»

Uniche, in questo senso, sono le immagini dell’attesa degli ebrei destinati ai forni IV e V del campo. Gli spogliatoi di questi forni crematori erano troppo piccoli per il flusso di vittime nella primavera del ’44, e così le SS permettevano agli uomini ed alle donne, separati all’arrivo, di riunirsi in attesa nel piccolo boschetto di betulle che circondava il forno IV. Dicevano loro di riposare, lasciandogli parte del bagaglio a corroborare la promessa che dopo la disinfezione sarebbero stati trasferiti in un campo per famiglie. L’ultimo inganno. Dopo giorni di viaggio nei carri bestiame le famiglie si ritrovano, e sono in queste fotografie, insieme. Gli anziani riposano seduti nell’erba, le donne discutono ed i bambini giocano. Ed ecco una bimba con il fiocco bianco tra i capelli che fa palle di terra vicino alla sua famiglia, tutti insieme, in quel boschetto di betulle all’inizio della primavera del 1944, in attesa di morire.

Le immagini dell’Album sono l’unica prova dell’arrivo al campo di Auschwitz di tutti quei deportati giudicati inabili al lavoro al momento della Selezione, che essendo destinati alle camere a gas immediatamente, non venivano registrati negli archivi del campo e non ricevevano il tristemente famoso tatuaggio.


«La prima fotografia che Lilib Jacob vide quando trovò l’Album. L’uomo a sinistra è Rabbi Naftali Zvi Weiss, rabbino capo di Bilke.»

In questi anni di confine in cui il numero dei sopravvissuti si riduce sempre più, e si perde con loro la possibilità della testimonianza diretta, l’Album può diventare uno strumento per le generazioni più giovani con cui cercare un legame emotivo ed empatico, oltre che storico, con quanto accaduto allora. La forza di queste immagini piene di vicende individuali e private, la storia unica di Lilib Jacob e del suo Album, il lavoro di ricerca delle identità perdute, sollecitano un legame personale d’immedesimazione che ci rende testimoni che non dimenticano. Legame che ci spinge a confrontarci con le scelte e le azioni di altri esseri umani che hanno provocato tanto dolore.

Le fotografie riprodotte in questo libro sono presentate senza alcuna analisi estetica e strettamente fotografica. Le immagini diventano trasparenti, per lasciare affiorare pienamente il loro contenuto e messaggio.

Album Auschwitz
Editore: Einaudi
Curatore: Israel Gutman, Bella Gutterman, Marcello Pezzetti
Traduttrice: Daria Cavallini
Contributi di Avner Shalev
Pagg. 255 - Euro 35,00

Robert Frank

Pubblicato su fotografi, libri con i tag, , , , , , , il 31 Gennaio 2008 da Mario Macaluso

«Quel senso di pazzia che c’è in America quando il sole scotta sulle strade e viene musica dal juke-box o da un vicino funerale è ciò che Robert Frank ha fermato in queste straordinarie fotografie scattate viaggiando per quarantotto stati su una vecchia auto usata (grazie a una borsa di studio Guggenheim) e fotografando, con l’agilità, il mistero, il genio, la tristezza e la strana segretezza di un’ombra, scene che non si erano mai viste sulla pellicola.» – Jack Kerouac, dall’introduzione a “The Americans”.

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Le foto di Robert Frank (Zurigo, 1924) ripercorrono un percorso che, a partire dai primi lavori incentrati sull’osservazione dei fenomeni sociali e delle contraddizioni del mito americano, passa per il cinema e lo conduce ad originali sperimentazioni (polaroid, fotomontaggi e scatti digitali).

Frank è però noto per esser stato un testimone dell’America negli anni ‘50 e ‘60 come nessun altro fra i suoi contemporanei.

Il suo sguardo irriverente e smitizzante si è soffermato su particolari del quotidiano, sui volti, sulle strade e, in genere, sulla vita americana di provincia, negli anni della beat-generation. Forse proprio per questa sua irriverenza, le sue opere, di grande impatto emotivo, destarono forti dissensi nella società americana, poco incline, all’epoca, a riconoscersi in ritratti non celebrativi e fuori dall’ordinario.

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Robert Frank rompe infatti gli stilemi del linguaggio fotografico e del reportage classico dei suoi tempi con nuovi punti di vista, atmosfere cupe e toni low-key, esteriorizzando i segni che si porta addosso per via di alcuni drammi familiari.

La sua indagine è una riflessione personale sulla fotografia e sulla società contemporanea.

Con i soldi ricevuti dalla Fondazione Guggenheim di New York, intraprende, fra il 1955 ed il 1956, un pellegrinaggio “on the road” per gli Stati Uniti, scattando oltre 24.000 immagini.

Nel 1958 pubblica a Parigi, presso l’editore Robert Delpire “Les Américains”, una selezione di 83 immagini tratte dal viaggio americano. L’anno successivo il volume viene dato alle stampe negli Stati Uniti dalla Grove Press con l’introduzione di Jack Kerouac ed il titolo “The Americans”.

Nel 1959, insieme al pittore Alfred Leslie, dirige il suo primo film, “Pull My Daisy”. Scritto e narrato da Jack Kerouac e interpretato, tra gli altri, da Allen Ginsberg e Gregory Corso, il film sarà considerato l’opera prima del “New American Cinema”.

Nel 1994 Frank dona gran parte del suo archivio alla National Gallery of Art di Washington che crea la “Robert Frank Collection”. Partita da Londra nel novembre 2004, tra il 2005 e il 2006 un’ennesima retrospettiva della sua vita artistica gira il mondo: “Robert Frank: Story Lines”.

A partire da ottobre 2008, la galleria Franca Sozzani di Milano ha in programma una importante retrospettiva sul suo lavoro.

Le immagini di questo articolo provengono dal libro:

Robert Frank
Nouvel Observateur, Delpire
Collection Histoire de la Photographie
Paris, 1976, in-8 carré, cartonnage éditeur illustré
95 pagg. - € 18,00

Giuseppe Leone: Il Matrimonio in Sicilia

Pubblicato su libri con i tag, , , , , , il 23 Gennaio 2008 da Mario Macaluso

A qualche anno dalla pubblicazione, mi capita di sfogliare il volume “Il Matrimonio in Sicilia” di Giuseppe Leone, edito da Sellerio.

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Di lui, Gesualdo Bufalino scrisse:

“…nelle fotografie di Leone non cercate la collera né la pietà civile né l’avvampo della metafora; bensì, istigato dall’eccellente mestiere, un colpo d’occhio avvezzo a cogliere le mimiche significanti del grande teatro umano…”

“E’ uno, Leone, che alla Sicilia s’accosta come a un impervio corpo di donna… ora sfiorandola appena, ora facendole teneramente violenza; ora guardandola con finta pigrizia, come dal balcone d’una stella remota…”.

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Giuseppe Leone (1936) vive e lavora a Ragusa. È stato, e continua ad essere, un testimone attento e sensibile della Sicilia: dai paesaggi all’architettura barocca, dalle feste popolari, in cui si mescolano religiosità e paganesimo, alle immagini dei suoi conterranei, famosi e non.

È autore di numerose pubblicazioni con testi, tra gli altri, di V. Consolo, G. Bufalino e L. Sciascia.

Vanta numerose e importanti esposizioni personali in italia e all’estero.

La foto in copertina da sola già vale il libro.

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Seguono 80 raffinate immagini in bianco e nero, riprese dall’autore durante il suo lavoro quotidiano in Sicilia, negli ultimi 40 anni.

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Le immagini di Leone risultano senza tempo e offrono una panoramica sul costume della società siciliana attorno ad un evento fondamentale che alterna momenti tra il religioso ed il pagano.

La fotocamera di Leone ha colto, con una lettura personale, raffinata ed ironica, un rito e i suoi principali momenti ed attori: dall’abito alla vestizione, dagli emozionati familiari alla cerimonia in chiesa, al ricevimento tra canti e balli.

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Il Matrimonio in Sicilia
Editore: Sellerio
Autore: Giuseppe Leone
Introduzione: Salvatore Silvano Nigro
Pagg. 90 - Euro 28,00