Camera Obscura: L’Attesa

Pubblicato su camera obscura con i tag, , , il 9 Aprile 2008 da Mirko Caserta

Vanessa Winship

Pubblicato su fotografi con i tag, , , , , , , , , , , , , , , , , , , il 7 Aprile 2008 da Giulia Riccio

Vanessa Winship è una fotografa britannica che lavora per l’Agenzia VU. Dopo aver studiato cinema e fotografia a Londra ed aver lavorato prima come insegnante di fotografia e poi presso il National Science Museum, ha scelto di fare della fotografia la sua professione.

Nel corso della sua attività ha realizzato reportage dall’India e dalla Sicilia, ha raccontato con le sue immagini i matrimoni che gli immigrati greco-ciprioti in Gran Bretagna celebrano secondo le antiche tradizioni della loro terra d’origine e la vita nomade dei New Age travellers ed ha fotografato magnificamente il mondo luccicante delle gare giovanili di ballo (Junior Ballroom, Prix de Lausanne).

Da alcuni anni ha scelto di vivere in Turchia e di dedicare la propria attività fotografica a documentare la vita nella regione balcanica e nei Paesi che circondano il Mar Nero. Uno dei lavori realizzati nei Balcani, Albanian Landscape, ha ricevuto una menzione d’onore nel concorso Oscar Barnack nel 2003. Nel 2007 ha pubblicato il libro Schwarzes Meer (Mar Nero), che raccoglie immagini realizzate nel corso dei suoi viaggi attraverso i sei paesi che si affacciano sul Mar Nero: Georgia, Turchia, Bulgaria, Romania, Ucraina e Russia.

Dalla sua esperienza di vita nel Paese della Mezzaluna è nato un lavoro che le ha permesso di vincere il primo premio del World Press Photo 2008 nella categoria Ritratti - Portfolio: una serie di ritratti di allieve di una scuola di campagna della Turchia orientale, intitolata, appunto, Rural school girls, di cui vi mostriamo qui sotto due scatti. L’intera serie è visibile al momento soltanto sul sito del World Press Photo.

Tra tutti i lavori premiati con il prestigioso riconoscimento - che la Winship aveva già ricevuto nel 1998 per la categoria Arte e Spettacolo - questo è uno di quelli che più ha colpito noi di Idee in Bianco e Nero. Abbiamo perciò chiesto alla fotografa britannica di rilasciarci un’intervista, che lei ci ha gentilmente concesso.

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IiBN: «Hai recentemente vinto il World Press Photo nella categoria Ritratti - Portfolio, con una serie di immagini di allieve di una scuola nelle campagne turche. A mio parere, ciò che rende eccezionali questi ritratti è che, sebbene in quasi tutti i ritratti le ragazze siano vestite allo stesso modo - ovvero con l’uniforme scolastica - la personalità di ciascuna di loro emerge chiaramente osservando i tuoi scatti. Come è nata l’idea di scattare questa serie e perché, secondo te, la giuria del World Press Photo ha apprezzato questo tuo lavoro?»

VW: «Prima di tutto, grazie per l’apprezzamento. Vivevo in Turchia da quasi quattro anni quando ho deciso di scattare queste fotografie. La Turchia è un luogo complesso, dove in apparenza abbondano i cliché fotografici. Per realizzare qualcosa che potesse essere più significativo avevo bisogno di più tempo per comprendere questa terra.»

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“A conversion” di Pasquale Salerno

Pubblicato su video con i tag, , , , , il 3 Aprile 2008 da Mario Macaluso

Pasquale Salerno è nato a Lanciano (CH) 38 anni fa. Vive e lavora a Firenze.

«Sono stato un fotografo professionista per un po’ alcuni anni fa - ci spiega - ora invece sono fotografo tra le altre cose (insegnante, filologo, scrittore, consultant, ballbreaker)».

Quando gli abbiamo chiesto di raccontarci cosa c’è dietro il lavoro A conversion, un set di circa 50 scatti rigorosamente in bianco e nero, che abbiamo visto pubblicato su Flickr nei giorni scorsi, Pasquale non si è fatto pregare, ci ha concesso l’uso delle immagini per realizzare lo slideshow che presentiamo con questo post, e ci ha raccontato:

«Dal novembre 2007 qualcuno ha avuto la balzana e malsana idea di farmi fare l’insegnante di fotografia tradizionale in una scuola di grafica e design di Firenze, e il “film” è nato da un’idea di Francesca (creditata nelle didascalie del movie), una delle studentesse; l’idea è stata sviluppata quindi insieme alle altre studentesse in circa due settimane; io ho fatto un po’ da editor, un po’ da coordinatore, e un po’ da organizzatore. Temo anche che la mia vaga e leggerissima vena polemica e porn-to-grafica abbia contribuito a traviare gli allievi, ma sono pronto a dimettermi dall’insegnamento anche subito.»

«Ho quindi contattato la modella, Strawberry Doll, spiegandole la cosa e lei è stata gentilissima, disponibile e molto entusiasta, raggiungendoci a Firenze e partecipando in cambio, ovviamente, dell’uso delle foto che voleva per se stessa; ho quindi convinto Daniele Perrone, il ragazzo di una delle studentesse e attore, ho proposto la location, ho contattato la sartoria teatrale che si è gentilmente e ampiamente prestata, anche qui a titolo gratuito.»

«Le foto sono state il risultato del “metodo” che ho proposto, e che è stato accettato di buon grado: sulla base dello stesso storyboard, ho scattato io, facendo un po’ come mi pareva, dando un po’ una mia interpretazione della storia, e loro hanno osservato, domandato, fatto un po’ di backstage, rubato foto al volo, e così via. Poi è stato il loro turno, ed hanno fatto le loro foto. Il tutto è durato, eccetto il trucco e il parrucco, 3 ore circa. Tutto nello stesso giorno, un freddissimo giorno dei primi di marzo, tra le 15 e le 18. Io avrò scattato per si e no 20 minuti, proprio per lasciare il massimo del tempo possibile a loro. Io scatto (e scarto) sempre molto: 8 rullini 35mm/36 pose e 2 rulli 120. Tutto Tri-X, tutto a 400 iso, tutto sviluppato in T-Max.»

«Le ragazze stanno facendo stampe di prova delle loro foto, e forse, prima o poi, anch’io ne stamperò qualcuna, non appena avrò un po’ di tempo. Con le loro stampe finali, previste su grande formato (50×60) e carta baritata, ho proposto che facciano una specie di collettiva, e loro sono d’accordo e anzi piuttosto entusiaste. Ho trovato una specie di chiesetta sconsacrata fuori Firenze, gestita da un’associazione culturale, e andremo a proporre la mostra il mese prossimo, da fare verso metà maggio, sperando di poter organizzare anche un po’ di battage pubblicitario. Nessun permesso è stato richiesto per fare le foto nel cimitero: non si tratta di una gratuita smargiassata, ma di una scelta deliberata. Il mio scopo era quello di “insegnare” alle ragazze che la fotografia, per farla bene, è anche sangue freddo, rischio, determinazione, è non dover chiedere sempre “per piacere”, è scorretta, è irrispettosa. Sia chiaro: non penso che il risultato possa/debba essere all’altezza, ma insomma: secondo me meglio fare foto blasfeme che foto ai gattini cotonati.»

Per vedere le singole fotografie potete visitare il set A Conversion sullo spazio Flickr di Pasquale Salerno.

Stephen Dupont

Pubblicato su fotografi con i tag, , , , , , , il 31 Marzo 2008 da Fabio Lanotte

Stephen Dupont è un fotografo australiano nato a Sydney da genitori danesi nel 1967. La sua attività di fotoreporter inizia nel 1989, quando documenta la fine dell’occupazione vietnamita della Cambogia per Playboy Magazine. Successivamente lavora come freelance attraverso Sri Lanka, Thailandia, Filippine, Birmania e Australia.

Suoi lavori sono stati pubblicati su Newsweek, Time, New Yorker, Libération, Sunday Times Magazine, New York Times Magazine.

Abbiamo intervistato Stephen Dupont a proposito di “Raskols: Gangs of Port Moresby”, reportage sulle bande criminali di Port Moresby, capitale della Papua Nuova Guinea.

IiBN: «Cosa ti ha spinto a lavorare a questo reportage?»

SD: «Non ero mai stato in Nuova Guinea e, quando sono venuto a sapere della situazione delle bande e del crimine a Port Moresby, ho capito che per me era arrivato il momento di andare a scattare delle foto. Ho sentito il forte desiderio di documentare la lotta umana nelle strade di Moresby. Mi sono quindi infiltrato in una delle cosiddette raskol gang per realizzare dei ritratti che potessero svelare in qualche modo la personalità dei membri della gang ed umanizzare la cattiva reputazione che hanno nella loro società.»

IiBN: «È stato un lavoro su commissione? Qual’è stata la tua esperienza durante questo reportage?»

SD: «No, si è trattato di un lavoro autofinanziato e realizzato durante due diversi viaggi nel 2004. È stata una bella prova per me fare questi ritratti perché ero più abituato a fotografare in uno stile a metà strada fra reportage e street photography. Ero confinato in uno spazio molto limitante e potevo fotografare solo per brevi periodi di tempo nel pomeriggio, così ho portato avanti molte sessioni di ritratti per diversi giorni.»

«Creativamente, ero molto entusiasta dei risultati, essendo costretto a concentrarmi solo sui personaggi ed ho trovato qualcosa di molto speciale nella mia fotografia: ero capace di sentire e catturare la personalità di ciascun raskol, credo in modo molto semplice e naturale. Ho pensato meno a fare grandi foto e di più a rivelare la dignità dei miei soggetti.»

IiBN: «Hai incontrato problemi?»

SD: «No, no davvero. Mi sono sentito molto al sicuro. Ho avuto la benedizione del capo banda.»

IiBN: «Di cosa ti stai occupando attualmente?»

SD: «Ora sto lavorando ad un progetto a lungo termine sull’Afghanistan con l’aiuto della borsa di studio W. Eugene Smith 2007 per la Fotografia Umanista. Ho anche diversi libri in cantiere ed un documentario in forma di filmato.»

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Per approfondire la conoscenza di questo autore consigliamo di guardare le foto del set Raskols: Gangs of Port Moresby e di visitare il sito personale di Stephen Dupont.

Link del giorno

Pubblicato su link con i tag, , , il 27 Marzo 2008 da Mirko Caserta